Benchmark: ecco come ti calcolo il rischio

Che cos’è?

Uno strumento utile per valutare il rischio tipico del mercato. In finanza il termine inglese “Benchmark” è utilizzato per definire un indice rappresentativo di un mercato o di un suo comparto. Un Benchmark quindi, non è un’attività finanziaria o un contratto. A cosa serve il Benchmark? La sua funzione originaria è quella di informare gli investitori, gli intermediari e le autorità di controllo sull’andamento delle quotazioni di un insieme di titoli, che riveste interesse per la totalità dei partecipanti al mercato di riferimento. Il gestore è obbligato per legge a comunicare ogni sei mesi ai propri sottoscrittori qual’è stato il comportamento del fondo rispetto a quello di un altro investimento che rifletta l’andamento generale del mercato.

Il benchmark, in pratica, è l’avversario contro cui il fondo misura la sua forza.

Sulla base della tipologia dei titoli inclusi, i Benchmark possono essere

classificati in obbligazionari, azionari e misti.

Inoltre, i Benchmark possono essere: nazionali o internazionali.

Ogni benchmark dovrebbe essere caratterizzato da quattro elementi fondamentali:

  • Trasparenza: gli indici devono essere calcolati con regole chiare e replicabili dall’investitore
  • Rappresentatività: gli indici devono essere rappresentativi delle politiche di gestione del portafoglio;
  • Replicabilità: gli indici dovrebbero essere completamente replicabili con attività acquistabili direttamente sul mercato;
  • Hedge ability: per una copertura tempestiva dei portafogli e l’abbassamento dei costi di transazione

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Gestione attiva: quali vantaggi?

Da parecchio tempo si discute sui vantaggi o meno della gestione attiva. Sapete già di cosa si tratta? La gestione attiva è una strategia d’investimento che ha come scopo quello di ottenere dei risultati migliori rispetto a quelli che si potrebbero avere seguendo un indice di riferimento; in poche parole, attraverso una gestione attiva ci si pone l’obiettivo di fare meglio della media del mercato.

L’opposto della gestione “attiva” viene definita “passiva” o indicizzata. Un gestore “passivo” si pone l’obiettivo di fare esattamente come fa la media del mercato e persegue questa strategia ripartendo i propri investimenti esattamente nella misura in cui sono ripartiti nell’intero mercato (benchmark).

Un gestore capace è in grado di estrarre valore per i clienti? Certo che sì, ma ovviamente come in ogni professione anche per i gestori ne esistono di competenti e di meno competenti. Ma la domanda che dovremmo porci è un’altra: quanto si investe in Italia sulla gestione attiva? Si crede in questi prodotti e nella capacità di chi è in grado di gestirli bene?  Beh… la risposta in questo caso è un po’ più articolata e l’introduzione del benchmark ha nei fatti limitato la voglia di fare da parte di molti gestori che si sono focalizzati sul replicare gli indici.

Inoltre altri fattori hanno fatto sì che la gestione attiva non fosse così utilizzata:

  1. La crisi economica che abbiamo vissuto negli ultimi tempi ha indotto molte persone valide ad espatriare perché le società non hanno fatto investimenti su persone di valore.
  2. Pressioni commerciali delle reti distributive guidate dal desiderio del “tutto e subito” hanno finito per non lasciare libertà adeguata ai gestori.
  3. La così detta “battaglia delle commissioni”.

Se è vero che è giusto trovare l’equilibrio tra costi e rendimenti è altrettanto vero che spesso è proprio grazie alle commissioni che si riescono a pagare gestori capaci e sistemi informatici adeguati alle aspettative.

Ecco i principali strumenti a disposizione del gestore per mettere in atto una strategia di gestione attiva:

  • asset allocation: variare nel tempo l’esposizione del portafoglio ai diversi mercati di riferimento, al fine di sfruttare – idealmente – le tendenze positive di alcuni di questi, abbandonando quelli che manifestano tendenze negative;
  • stock picking: selezionare le attività finanziarie in modo da creare un portafoglio in cui prevalgono le attività sottostimate dal mercato (quindi con un maggiore potenziale di crescita) rispetto a quelle sovrastimate;
  • market timing: aumentare o diminuire l’esposizione del portafoglio ai diversi mercati di riferimento sulla base di previsioni sull’andamento futuro dei prezzi.

 

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5 consigli per affidarsi a un buon gestore finanziario

Da parecchio tempo si discute sui vantaggi o meno della gestione attiva. In altri termini, qualcuno si chiede se un gestore capace è in grado di estrarre valore (e quindi performance) per i clienti. La risposta a questa domanda è ovvia e scontata: certo che sì. Non si tratta di una mera dichiarazione di intenti ma di un dato di fatto dimostrato nel mondo in migliaia di casi.
Come in ogni professione, anche per i gestori, ci sono professionisti capaci (molto capaci) e altri meno. I più bravi guadagnano e fanno guadagnare tanti soldi (anche se possono capitare a tutti anni storti). Quelli meno capaci distruggono valore o, nel migliore dei casi, non fanno danni.
Ma come fare a trovare il prodotto/gestore giusto? Quali regole seguire? Premesso che, come sappiamo, non esistono assiomi assoluti.

Ecco alcune indicazioni:

  • Seguire sempre la storia del gestore e non del prodotto (se cambia la persona o le persone, cambia tutto).
  • Verificare se i gestori investono i loro soldi nei fondi che gestiscono (questo aspetto è fondamentale perché se non ci credono loro perché dovrebbero farlo i clienti).
  • Analizzare la società per capire se ha alle spalle una storia gestionale di successo (ci vogliono anni per creare una scuola di gestione di valore che metta le persone nelle condizioni di far bene).
  • Controllare che non ci siano stati problemi relativi a comportamenti poco corretti sui clienti (vedi tanti scandali finanziari che hanno colpito l’industria in questi anni).
  • Verificare se si continuano a fare investimenti su risorse e sistemi. Senza innovazione continua non si va da nessuna parte.

In conclusione può valer la pena investire soldi e speranze sulle capacità di un gestore. Occorre però fare attenzione e dedicare del tempo nel cercare e trovare quello giusto :)

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Che tipo di investitore sei?

Prima di avventurarsi nel mondo degli investimenti è necessario chiarire con se stessi che tipo di investitore si è.
Se, ad esempio, non si riesce in nessun modo a sopportare di vedere il segno meno sui propri risparmi, bisognerebbe restare fuori dall’investimento azionario (e in molti casi anche da quello obbligazionario) in particolare se si ragiona in un’ottica di breve periodo.
Questo però con la consapevolezza che così facendo l’inflazione potrebbe uccidere i risparmi: non investire e lasciare i soldi sotto il “famoso” materasso (o nella cassetta di sicurezza della banca o nascosti in qualche angolo della propria casa) non eviterà in ogni caso di vedere il segno meno perché si perderanno dei soldi in termini di potere di acquisto (a causa appunto dell’inflazione). Se si è un risparmiatore di questo tipo, con una forte avversione al rischio, una buona soluzione potrebbe essere quella di investire una parte dei propri risparmi (a seconda delle possibilità e dei bisogni futuri) secondo un’ottica di medio/lungo periodo.

Occorre seguire un metodo preciso per pianificare i propri investimenti, selezionare il giusto intermediario, legare i propri obiettivi reali a investimenti finanziari e monitorare sempre attentamente la situazione.  Se sul mercato o più in generale nel mondo non succede nulla di eccezionale (e in questo caso se dovesse capitare sarà impossibile non saperlo) dopo “n” anni si potranno trovare delle piacevoli sorprese senza aver vissuto l’ansia continua di guardare i mercati.

I mercati finanziari hanno una tendenza costante alla crescita (ultimi 10 anni a parte) e gli investimenti, nel lungo periodo, subiscono l’effetto magico del moltiplicatore dell’interesse composto (il denaro genera interessi che reinvestiti generano altro denaro).
Tutto questo è evidenziato nel grafico a fine post che analizza il mercato azionario italiano attraverso lo studio dei rendimenti annuali dell’indice Comit (comprensivo di stacco di dividendi) compresi tra il 1972 e il 2008.

Il grafico a matrice dimostra (incrociando tutte le possibili varianti degli anni in cui si sono fatti gli acquisti e le successive vendite) come il mercato azionario nel lungo termine si è sempre dimostrato un investimento vincente. Ovviamente serve pazienza ed è importante non farsi prendere dal panico cercando di entrare e uscire dai mercati in continuazione. Così facendo si resta in balia della propria emotività e si rischia di commettere errori come ci insegna la finanza comportamentale.
Inoltre confrontando azioni, bond e Bot del mercato italiano dal 1900 al 2008 in termini reali, depurati quindi dal terribile effetto inflazione che come abbiamo più volte ripetuto “si mangia” i nostri capitali, risulta come l’investimento azionario sia l’unico in grado di contrastare quest’effetto e quindi in grado di far crescere in modo reale (e non nominale) il capitale.

Infatti l’iperinflazione successiva alla seconda guerra mondiale (e ricordiamoci che nei prossimi anni dovremo probabilmente sostenere un’inflazione in crescita a causa delle numerose iniziative che continueranno a venire realizzare a sostegno dell’economia per superare la crisi del 2008) ha in pratica azzerato i ritorni reali di Bond e Bot. Ovviamente, come sempre, serve avere il giusto tempo e pianificare in modo corretto gli investimenti per raggiungere precisi obiettivi reali.

 
 Questo grafico aiuta a capire come l’investimento azionario faccia guadagnare nel lungo periodo. Le cifre indicano i rendimenti annuali composti dell’indice Comit (inclusi pure lo stacco dei dividendi) compresi tra il 1972 e il 2008. Il grafico si legge come la distanza in Km tra le città sulle mappe stradali. Ad es. chi ha investito alla fine del 1973 (colonna verticale) e ha venduto a fine 1974 (riga orizzontale) ha perso il 29 percento. Se invece avesse venduto  a fine 1986, avrebbe guadagnato il 18,7 per cento medio annuo.

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Indiani metropolitani: gli scalper

Che i mercati finanziari fossero dei luoghi non troppo rassicuranti l’avevamo capito…ma che addirittura esistessero soggetti dediti a questa barbara usanza, be’ sinceramente no!
Ma non avete nulla di cui preoccuparvi, almeno non per la vostra incolumità fisica o per l’acconciatura trendy all’ultima moda perchè infatti, in gergo borsistico, per scalper, si intendono soggetti dediti a speculazioni fulminee che sfruttano ogni minimo movimento delle quotazioni.

Lo scalping, quando usato in riferimento al trading in valori mobiliari, beni e valute estere, si può riferire sia a una forma fraudolenta di manipolazione del mercato sia a un legittimo metodo di sfruttamento di piccole differenze di prezzo tra la domanda e l’offerta.

E’ soprannominato scalper chi svolge un’ attività essenzialmente “intraday” aprendo e chiudendo le proprie operazioni sui titoli nell’arco di una giornata.
Questa può essere anche un’attività speculativa con un orizzonte temporale veramente molto ridotto, che può essere anche solo di pochi minuti. L’obiettivo consiste nel realizzare profitti da piccole fluttuazioni nel livello dei prezzi con operazioni poco rischiose.

Ma sotterrare e disotterrare l’ascia di guerra ogni santo giorno può essere molto dispendioso in termini di tempo e ci vogliono profonde conoscenze del mercato borsistico. Consigliamo quindi di intraprendere questa attività solo a chi conosce bene come fare a “giocare agli indiani”.

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Per gli investitori… son proprio BOT da orbi!

Attenzione a entrare nella mischia degli investimenti sicuri, perché spesso i risparmiatori non hanno la vista molto lunga e stanno commettendo ancora una volta, in molti casi mal consigliati, gli stessi errori. I fondi che raccolgono di più sono infatti i monetari. Proprio quelli che dovrebbero raccogliere di meno. I risparmiatori, infatti, investendo in questi prodotti oggi con questa situazione sui tassi al minimo hanno una sola certezza: quella di non guadagnare nulla nel migliore dei casi. Perdere dei soldi in tutti gli altri. Proprio i prodotti che per definizione devono proteggere il patrimonio soffrono come non mai in questo contesto. E quindi bisognerebbe starne lontani. Invece, come abbiamo visto, accade esattamente il contrario. E lo stesso vale, ovviamente, per i BOT. Strumento tanto amato dagli italiani.

Come sappiamo le politiche monetarie di sostegno alla crisi economica sono state molto aggressive con i tassi ufficiali prossimi allo zero. Questa enorme immissione di liquidità ha portato i rendimenti dei BOT a livelli minimi (0,386% lordo il BOT semestrale). Considerate infatti le commissioni e le imposte il rendimento dei BOT semestrali diventa infatti negativo arrivando, secondo l’Assiom (Associazione Italiana operatori di mercato) ad essere -0,08%. In altre parole si rischia di perdere dei soldi investendo in BOT. Un paradosso fino a poco tempo fa ma oggi la realtà. E invece, cosa accade? Così come per i fondi monetari ed azionari la richiesta dei BOT continua a salire così come la certezza di perdere soldi di molti risparmiatori.

Quindi cosa fare?

  • Trovare un buon intermediario
  • Stare lontano in questo momento da prodotti monetari e i BOT (a meno che non si voglia decidere di guadagnare nulla o perdere soldi..) anche se però è importante monitorare costantemente la situazione perché il contesto è sempre in evoluzione e quello che è vero oggi non è detto lo sarà domani. Bisogna tenere conto però che la situazione non dovrebbe cambiare nei prossimi mesi.
  • Approfittare dell’occasione per rivedere la propria posizione finanziaria analizzandola sulla base delle reali necessità della vita di tutti i giorni.
  • Cercare di guardare con occhio critico quello che è successo in passato perché spesso non dice quasi nulla su come sarà il domani. Come insegnano, se mai ce ne fosse stato bisogno, questi ultimi 6 mesi sui mercati azionari. Se si pianifica bene il proprio portafoglio e si ha il coraggio di non seguire il gregge si possono cogliere importanti opportunità.

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“Pazienza, la virtù dei forti”…Io non ci casco più!

Cosa abbiamo imparato dalla crisi economica

La crisi finanziaria ha travolto tutti noi e ha messo in discussione l’intero sistema economico-sociale. Però nonostante tutte le difficoltà, le problematiche, i momenti di sconforto, questa crisi, se si vuole guardare il bicchiere mezzo pieno, è stata utile perché ci ha permesso di trarre importanti insegnamenti per il futuro.

Ecco cosa abbiamo capito/imparato:

  • Il mondo non finisce, probabilmente si formerà un nuovo equilibrio, ci saranno nuovi attori e nuove regole. Ma andremo avanti. Più forti e “puliti” di prima.
  • Non è necessariamente detto che il mondo debba essere sempre economicamente dominato dalle stesse superpotenze. Gli equilibri possono cambiare, perché i popoli più poveri alla lunga si stancano, giustamente, di vivere nella miseria e iniziano a lottare e lavorare più che mai. Nello stesso tempo i popoli più ricchi si adagiano, si abituano al benessere (chi più chi meno) e vogliono lavorare sempre meno. Probabilmente, non siamo in questa fase ma dobbiamo essere preparati, potrebbe succedere che un’America ridimensionata sia costretta a cedere parte dello scettro di unica superpotenza e ad accontentarsi del ruolo di grande potenza, in mezzo ad altre ugualmente potenti (Cina, Russia, India e forse altre ancora). La “distruzione creatrice” che è tipica del procedere del capitalismo finirà, eliminando ciò che non è più vitale e risanando il sistema finanziario, per dare rinnovato vigore all’economia globale.
  • Siamo tutti uniti da una catena invisibile: il mondo ormai è uno solo ed è bene che iniziamo a interessarci a cosa succede dall’altra parte della Terra, se non vogliamo farci trovare improvvisamente impreparati quando un ricercatore indiano scopre una nuova formula della giovinezza che, in due ore, fa crollare o salire tutte le borse del pianeta.
  • Così come tutti i Paesi del mondo, anche mercati finanziari, banche ed economia reale sono strettamente interconnessi, quindi, il problema irrisolto in un settore può velocemente trasmettersi agli altri.
  • Se è vero che la Borsa anticipa spesso ciò che accade nella vita di tutti i giorni, la cosiddetta economia reale, allora forse il peggio potrebbe ancora dover arrivare. Anche se adesso si inizia a intravvedere la luce in fondo al tunnel. Ci piace vivere nell’illusione che tutto, prima o poi, si sistemerà in fretta, ma non sempre è così. Purtroppo, forse, dovremo soffrire ancora un po’. Pensate a chi vive in una roulotte a Los Angeles, e fino a pochi mesi fa aveva una villetta a due piani, con tanto di giardino, cane, barbecue (quello non manca mai) e station wagon colorata in giardino.
  • La gente inizia a capire ed è stanca di dar fiducia incondizionata a chi ha dimostrato di non meritarsela. Inizia a essere finalmente un po’ più chiaro che ci sono società e operatori capaci e altri meno e, soprattutto, che la storia può insegnare anche in questo campo. Chi opera nel settore bancario e finanziario non è necessariamente qualcuno che vuole guadagnare alle spalle del prossimo. Come per ogni settore, anche in questo ci sono molte persone che hanno dimostrato con i fatti di meritare la nostra fiducia (e i nostri soldi). Questa crisi ha aiutato a evidenziare queste differenze.
  • Così come un buon avvocato non è quello che vince tutte le cause, ma chi si pone con chiarezza, trasparenza e professionalità nei confronti del cliente, dedicandogli tempo ed energie, allo stesso modo nel mondo finanziario un buon consulente non vi farà guadagnare tutti gli anni, ma metterà i vostri obiettivi al primo posto, senza condizionamenti e conflitti di interesse e soprattutto si preoccuperà di non rifilarvi porcherie. Di cui, tra l’altro, nessuno capisce il contenuto.

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La storia del papero più ricco di tutti i tempi

“Non posso continuare a perdere un miliardo al minuto! Continuando così fra seicento anni sarò rovinato!”
Paperon de’ Paperoni

Paperon de’ Paperoni, oppure semplicemente Zio Paperone, è il papero più ricco del mondo (le sue riserve ammontano a 3 ettari cubici di dollari in oro) nonché uno dei più famosi personaggi dei fumetti di sempre. Creato nel 1947 da Carl Barks e ispirato all’Ebenezer Scrooge del “Canto di Natale” di Dickens è stato sviluppato in seguito da moltissimi autori Disney italiani, mentre negli ultimi anni ha avuto un ruolo importante l’americano Don Rosa, allievo di Barks, che ne ha ricostruito la giovinezza facendo riferimento ai tanti frammenti di storia lasciati dal maestro.

Ultimo erede di un antico e nobile clan scozzese caduto ormai in rovina, il giovane Paperone nasce nel 1867 a Glasgow, a 13 anni va in America a cercar fortuna, lavorando sui battelli che navigano lungo le rive del Mississipi. Durante la corsa verso il far west diventa un cowboy e riesce, dopo avventure rocambolesche, a diventare padrone di una miniera di rame. Sarà in seguito costretto a tornare nell’antica patria per scongiurare una grave minaccia su quello che rimane dei possedimenti del suo clan e ritrovare le sue origini di nobile scozzese.
Parteciperà poi nel corso della sua vita alle famigerate corse all’oro in Sudafrica e in Australia tra aborigeni e canguri, fino ad arrivare nella freddo Klondike in Alaska dove, da giovane papero inesperto giungerà finalmente al successo trovando un ricco giacimento d’oro. Nel resto della sua vita Paperone si stabilirà a Paperopoli.
Zio Paperone è un papero tanto ricco quanto avaro (tant’è vero che va porta sempre la sua inconfondibile tuba e delle ghette consunte) ma è anche capace di gesti di grande generosità: scaltro papero d’affari, è spesso impegnato in avventure rischiose alla ricerca di tesori in cui coinvolge anche i nipoti Paperino, e i brillanti nipotini Qui, Quo e Qua.

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Il fondo che tutela i nostri risparmi: il FITD

Ormai il peggio nella crisi finanziaria globale sembra essere passato, ma alcuni tra politici e giornalisti, quando questa sembrava potesse fare vittime illustri tra le banche, hanno rassicurato gli animi parlando di  un nobile fondo a garanzia dei conti correnti.
Questo fondo in Italia esiste, ed è effettivamente una sicurezza per i correntisti, soprattutto per chi in banca non ha depositato cifre astronomiche ed è il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi.
Infatti il FITD è un apposito fondo creato da un consorzio composto da banche. Tutte le banche sono obbligate ad aderire al consorzio per legge (attualmente sono circa trecento) e si impegnano a fornire le risorse finanziarie per il perseguimento degli obiettivi del fondo.

Come funziona? Vediamolo.

In caso di fallimento della banca il correntista vedrebbe svanire nel nulla i propri risparmi e dovrebbe aspettare che la procedura di fallimento si avvii per riavere, e spesso solo in parte, i soldi depositati. Invece il FIDT garantisce un immediato (o in tempi molto ragionevoli) rimborso:

  • Il fondo rimborsa fino a 103.291,38 € (cioè 200 milioni di Lire) per ogni intestatario di conto corrente.
  • E’ a copertura di conti correnti, depositi (anche vincolati), assegni circolari, certificati di deposito nominativi (gli investimenti non sono tutelati).
  • Non è necessaria alcuna specifica richiesta di rimborso da parte del depositante. Il FITD subentra nei diritti dei depositanti e si occupa di contattare e rimborsare direttamente ogni correntista.
  • Il fondo rimborsa alla singola persona cifre superiori a 103.291,38 € se questi sono divise tra più banche.

Quindi se sei così fortunato da avere tanti soldi e non sai proprio come investirli, allora ti conviene suddividere il rischio tenendo i soldi in più banche in modo da essere sempre tutelato!

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